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Sito per ristoranti:
cosa serve davvero

Un piatto visto dall'alto con dentro la griglia di un menù digitale

Partiamo da un numero che spiega tutto il resto: secondo il Rapporto Ristorazione della FIPE, solo il 24,7% dei ristoranti italiani ha un proprio sito web. Tre su quattro non ce l’hanno, e la stessa quota vale per i sistemi di prenotazione del tavolo online.

Non è pigrizia: la ristorazione italiana è fatta quasi tutta di imprese piccolissime — circa la metà delle oltre 328.000 imprese del settore non ha dipendenti, e chi ne ha occupa in media poco più di sei addetti. Sono attività dove chi cucina è anche chi risponde al telefono. Il punto quindi non è «fare un sito», ma capire quali quattro cose servono davvero e smettere di pagare per il resto.

1. Il menu deve essere una pagina, non un PDF

È l’errore più diffuso e quello che costa di più. Il problema non è che Google non legga i PDF: li indicizza, sono fra i formati supportati. Il problema è che un PDF ti toglie tutte le leve, una per una.

  • Un menu fotografato o esportato come immagine dentro un PDF è molto più difficile da leggere per Google: viene interpretato a fatica e senza garanzie, mentre un testo HTML si legge in modo pulito.

  • Una regola pratica di Google: se riesci a selezionare e copiare il testo di un PDF, di norma Google riesce a leggerlo; i PDF di sola immagine se la cavano peggio.

  • Su un PDF il titolo che compare nei risultati non si imposta con un tag come in una pagina HTML: Google lo ricava dai metadati del file e dai link in entrata — si può influenzare, ma con molto meno controllo.

  • Menu in HTML e in PDF creano contenuto duplicato, che va gestito.

  • E soprattutto: dentro un PDF non può vivere nessun dato strutturato. Un menu-PDF è escluso in partenza da qualsiasi risultato arricchito.

C’è poi il lato accessibilità: per la norma tecnica europea EN 301 549 il PDF è un «documento non web» con requisiti propri, e un PDF non strutturato correttamente non è conforme.

Un menu in HTML costa uguale a farsi e risolve tutto: si aggiorna in un minuto, si legge da telefono senza pizzicare lo schermo, e Google lo capisce.

2. Gli allergeni non sono facoltativi, e la legge chiede più del menu online

Il Regolamento UE 1169/2011 impone l’indicazione degli allergeni anche per gli alimenti non preimballati, quindi anche per i piatti serviti al tavolo. Per la vendita a distanza — cioè ordini online, delivery, asporto prenotato dal sito — l’articolo 14 stabilisce che quelle informazioni devono essere disponibili prima che l’ordine sia concluso.

C’è però un vincolo italiano che quasi nessuno conosce. Il D.Lgs. 231/2017 dice che se usi sistemi digitali, le informazioni sugli allergeni devono risultare anche da una documentazione scritta e facilmente reperibile per il cliente e per chi controlla. Il menu digitale da solo non basta: serve tenere anche la copia scritta.

Le sanzioni per l’omissione vanno da 3.000 a 24.000 euro. Non è un dettaglio da rimandare.

3. La scheda Google conta più del sito — e il menu si carica lì

Qui va detta una cosa che nel nostro settore si tace volentieri, perché toglie lavoro: per un ristorante, il profilo Google conta più del sito. Chi cerca da telefono trova prima la scheda, e da lì chiama o guarda le indicazioni stradali.

E il menu che compare su Google Search e su Maps non è una copia in tempo reale del sito: può arrivare da più fonti — l’editor del menu dentro il profilo, un PDF o una foto caricati, un fornitore esterno, o la trascrizione automatica dal tuo sito da parte di Google. La fonte più affidabile la controlli tu, dall’editor del profilo: se lo lasci vuoto, decide Google al posto tuo.

Sfatiamo poi una leggenda che gira su parecchi blog di settore: Google non ha alcun risultato arricchito per i menu. Nell’elenco ufficiale delle funzionalità con dati strutturati non esiste nessun tipo Menu o MenuItem: c’è solo «Local business». Chi ti vende il «markup del menu per uscire su Google» ti sta vendendo qualcosa che non esiste.

I dati strutturati servono comunque, ma per un’altra ragione: dicono a Google chi sei, dove sei e quando sei aperto. Le uniche proprietà obbligatorie sono name e address; fra quelle raccomandate c’è menu, cioè l’indirizzo della pagina del menu.

4. Le prenotazioni: dove si perdono i soldi

Le piattaforme di prenotazione funzionano, portano coperti e trattengono una commissione. Va bene: è il loro mestiere. Il punto è un altro, ed è il pezzo che fa la differenza a fine mese.

TheFork non applica commissioni sulle prenotazioni che arrivano dal widget installato sul sito del ristorante o sui suoi social: il modulo è incluso in tutti i piani. Le commissioni si pagano sulle prenotazioni che arrivano dalla piattaforma.

Tradotto: ogni cliente che avresti avuto comunque e che prenota passando dal portale invece che dal tuo sito ti costa una commissione evitabile. Il sito serve esattamente a questo — a intercettare quella prenotazione prima.

E un motivo in più per non legarsi a una sola piattaforma: Quandoo chiude. Le ultime prenotazioni sono previste per il 30 settembre 2026 e i servizi — compresi il widget sul sito e il pulsante su Google — si fermano dal 1° ottobre. Chi aveva costruito le prenotazioni solo lì sopra deve rifare tutto.

Sul «Prenota con Google»: non è attivabile dal singolo ristorante, serve passare da un partner integrato. Non è una cosa che si aggiunge al sito.

Serve anche l’accessibilità?

Risposta precisa, perché in giro si legge di tutto. L’European Accessibility Act non elenca i ristoranti fra i servizi in ambito. Ma include i «servizi di commercio elettronico»: se dal sito si ordina o si paga, quella parte ci rientra.

Restano poi esentate le microimprese che forniscono servizi, cioè sotto i dieci addetti e sotto i due milioni di fatturato — che è la stragrande maggioranza dei ristoranti italiani. Per chi supera quelle soglie e vende online, le sanzioni previste in Italia vanno da 5.000 a 40.000 euro.

Al di là dell’obbligo: un menu leggibile con lo zoom al 200% e con un contrasto decente serve a chiunque abbia più di cinquant’anni e stia guardando il telefono in un locale poco illuminato. Che è buona parte dei tuoi clienti.

Cosa non serve

  • Il sito con la musica e l’introduzione animata. Chi lo apre sta cercando l’orario o il menu, ed è in piedi per strada.

  • La galleria da quaranta foto. Ne bastano poche, tue, fatte bene. Le immagini d’archivio con il piatto che non è il tuo si riconoscono.

  • Il blog del ristorante. Non lo leggerebbe nessuno e ruberebbe tempo alla cosa che conta: aggiornare il menu e rispondere alle recensioni.

  • L’app. Nessuno scarica l’app di un ristorante.

In sintesi: le quattro cose

CosaPerché
Menu in pagina HTML, aggiornabile da teSi legge da telefono, Google lo capisce, niente PDF
Allergeni indicati, più la copia scrittaObbligo di legge, sanzioni da 3.000 euro
Profilo Google curato, con menu caricato lìPer un ristorante pesa più del sito
Prenotazione dal tuo sitoLe prenotazioni dal tuo widget non pagano commissione

Tutto il resto è in più. Un ristorante che ha queste quattro cose fatte bene sta già davanti a tre concorrenti su quattro, visto che tre su quattro il sito non ce l’hanno proprio.

Fonti

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Illustrazione di un astronauta, mascotte grafica di Nyxia Illustrazione di un pianeta blu